HA TREDICI ANNI ED È QUESTO CHE DOVREBBE TOGLIERCI IL SONNO. di Giordana Yanez Bonacina alias e curatrice di. Educare per proteggere - Maestra Giò

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Che cosa accade perché un ragazzo di tredici anni trasformi una frustrazione scolastica in odio, l’odio in un progetto di violenza e la violenza addirittura in qualcosa da filmare? Qui non stiamo parlando soltanto di uno scatto d’ira. Secondo quanto ricostruito finora dagli investigatori, il ragazzo sarebbe arrivato a scuola con due coltelli, spray urticante e un dispositivo per riprendere ciò che stava per fare. Aveva due debiti scolastici e proprio quella mattina avrebbe dovuto affrontare una prova di recupero. Gli inquirenti stanno inoltre approfondendo la sua frequentazione di contenuti violenti online e quanto il mondo digitale possa avere avuto un ruolo nella costruzione di ciò che è accaduto.Il ragazzo è entrato in classe con spray al peperoncino, coltello e telecamera accesa. È proprio quest’ultimo particolare che mi terrorizza quasi quanto l’arma: la violenza non bastava, doveva diventare immagine. Doveva essere vista e forse condivisa, trasformata in racconto, in gesto da mostrare agli altri. Allora smettiamola, almeno per cinque minuti, di discutere soltanto di telefoni sì o telefoni no, di social vietati o non vietati, di ragazzi che “tanto ne sanno più di noi”. Evidentemente saper usare uno smartphone non significa essere capaci di abitare il mondo digitale.Un tredicenne può essere tecnicamente
abilissimo e contemporaneamente completamente disarmato davanti alla frustrazione, alla rabbia, al bisogno di approvazione, all’emulazione, alla ricerca di identità e a contenuti che un cervello ancora in formazione può non avere gli strumenti per elaborare. Io una domanda scomoda la faccio. Dove sono gli adulti? Dove siamo noi mentre un ragazzino passa ore dentro mondi digitali di cui spesso ignoriamo l’esistenza? Quanto sappiamo davvero di ciò che guarda, di chi segue, dei gruppi che frequenta e degli algoritmi che continuano magari a proporgli contenuti violenti perché li ha cercati, anche solo per curiosità? Quanto sono efficaci i controlli che abbiamo messo in piedi per proteggere un tredicenne da contenuti che un tredicenne non dovrebbe poter raggiungere con tanta facilità? Non sto dicendo che sia “colpa di TikTok”. Sarebbe una spiegazione comoda, semplicistica e probabilmente falsa.
La violenza nasce da intrecci complessi. Dietro un gesto simile possono esserci fragilità, rabbia, dinamiche personali e familiari, incapacità di elaborare la frustrazione, modelli culturali, bisogno di appartenenza, emulazione e molti altri fattori che spetta agli specialisti e agli investigatori comprendere. Proprio per questo sarebbe altrettanto irresponsabile fingere che l’ambiente digitale nel quale crescono i nostri ragazzi sia neutro. Non lo è!Se un adolescente incontra continuamente violenza spettacolarizzata, se vede aggressori trasformati in personaggi, se trova comunità nelle quali l’odio viene applaudito, se può assistere infinite volte alla sofferenza degli altri fino a percepirla come un contenuto fra tanti, noi adulti abbiamo il dovere di interrogarci e abbiamo anche il dovere di pronunciare una parola diventata quasi impopolare: NO.No, non puoi vedere tutto. No, non puoi frequentare qualunque spazio digitale soltanto perché possiedi un telefono. No, non basta dichiarare un’età cliccando una casella. No, non possiamo consegnare nelle mani di un bambino l’accesso potenziale a una parte enorme dell’esperienza umana e poi chiamare tutto questo semplicemente “libertà”.Proteggere non significa controllare ossessivamente. Proteggere significa esserci. Significa, oltre al resto, educare alla frustrazione prima ancora che al successo. Insegnare che un brutto voto non è un’umiliazione e che un debito scolastico non è una condanna. Insegnare che fallire non significa essere falliti, che la rabbia può essere detta, urlata, raccontata, attraversata ma non può diventare un coltello. Soprattutto dobbiamo insegnare una cosa che forse abbiamo sottovalutato troppo a lungo: la vita non è un contenuto sul web. Il dolore non è una challenge. La paura di una persona non è materiale da condividere. Un’aggressione non diventa meno reale perché la guardiamo attraverso uno schermo. Dall’altra parte della telecamera c’è carne, c’è sangue, c’è paura, c’è un essere umano e non un personaggio e una dinamica da videogioco.Io lavoro da anni sul bullismo e sul cyberbullismo e continuo a ripeterlo: non possiamo arrivare sempre dopo l’aggressione, dopo il video, dopo la vittima, dopo l’irreparabile. L’educazione digitale non può essere la lezioncina annuale sui pericoli di Internet. Deve diventare educazione emotiva, educazione alla frustrazione, all’empatia e alla responsabilità. Deve coinvolgere scuola, famiglia, istituzioni e piattaforme.Quando un ragazzo di tredici anni entra a scuola con un coltello e pensa anche a riprendere ciò che sta per fare, non abbiamo soltanto un terribile fatto di cronaca. Abbiamo una domanda collettiva alla quale non possiamo più sottrarci: che cosa stiamo mettendo nelle mani dei nostri figli, prima ancora di aver insegnato loro che cosa significa avere rispetto per la vita degli altri? L’autore del gesto ha tredici anni ed è questo, più di tutto, che dovrebbe impedirci di voltare pagina domani mattina.

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