Umanità. . i casi di Alessandro Di Battista e Vittorio Sgarbi dalla pagina. facebook Beati quelli di Houston, che hanno solo un problema.

 
Per ragioni diverse, in età diverse e dopo percorsi che non hanno praticamente nulla in comune, due persone molto note e altrettanto divisive come Vittorio Sgarbi e Alessandro Di Battista stanno attraversando un momento oscuro. Auguro sinceramente a entrambi ogni bene. E lo scrivo sapendo perfettamente che arriverà qualcuno a spiegarmi che Sgarbi ha detto questo, Di Battista ha fatto quello, uno gli sta sulle palle dal 1997 e l’altro dal governo Conte. Benissimo. Ma l’empatia non è un referendum sulla carriera di una persona e, soprattutto, non è un premio che si consegna soltanto a quelli che ci sono simpatici.

  da. https://www.instagram.com/thinkvibez/

Infatti sempre secondo il post da cui ho preso l'immagine : << L’umanità non si misura da quanto siamo capaci di essere forti, ma da quanto riusciamo ancora a sentire il dolore degli altri.Voltarsi dall’altra parte è facile.Restare umani, invece, significa non diventare indifferenti.Perché ogni volta che scegliamo l’empatia, ricordiamo a noi stessi che nessuna sofferenza dovrebbe diventare invisibile.>>
Si può aver contestato Sgarbi per trent’anni e non volerlo vedere soffrire. Si può aver trovato Di Battista insopportabile, condivisibile, irritante, brillante o tutto questo contemporaneamente e augurargli comunque di uscire presto dal suo momento peggiore. Perché tra «non mi piace» e «sono contento che stia male» dovrebbe esistere ancora quella piccola regione dello spirito chiamata umanità.
Poi arriverà inevitabilmente il commento più inutile dell’internet italiano: «E allora Carmela di Roccacannuccia? Per lei non ti dispiace?».
Certo che mi dispiacerebbe per Carmela. Se sapessi chi diavolo è, se conoscessi la sua storia e qualcuno mi raccontasse della sua sofferenza, mi dispiacerebbe come mi dispiace per qualunque essere umano. Solo che Sgarbi e Di Battista sono personaggi pubblici e Carmela, almeno fino alla prossima edizione del Grande Fratello, non lo è. Parlare dei primi non significa stabilire che la seconda possa tranquillamente crepare nell’indifferenza generale.
Ma soprattutto c’è una cosa che trovo sempre più sgradevole: questa necessità di fare persino del dolore una curva da stadio. Se sta male uno dei nostri, raccoglimento, preghiere e cuoricini. Se sta male uno degli altri, improvvisamente spuntano il sarcasmo, i conti da regolare e l’archivio delle dichiarazioni degli ultimi venticinque anni, come se una malattia fosse finalmente arrivata a riscuotere un credito politico.

No.
Una persona non deve diventarmi simpatica perché soffre. Non devo rivalutarne le idee, dimenticarne gli errori o riscriverne la biografia. Posso continuare a pensare esattamente quello che pensavo ieri e contemporaneamente augurarle di stare meglio domani.
Non è buonismo. Non è incoerenza. E soprattutto non è assoluzione.È quella cosa elementare che dovrebbe impedirci di godere del dolore altrui anche quando appartiene a qualcuno che abbiamo passato metà della vita a mandare affanculo.Si chiama umanità.E se per provarla abbiamo bisogno che prima qualcuno ci mostri la tessera del partito, allora quello che sta attraversando un brutto momento forse non è soltanto lui.

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