diario. di. bordo. n. 5 anno I EVOLUZIONE: VIAGGIO SENZA META., Scuola sotto i portici per il clochard Sissoko: “Imparo l’italiano da Antonio per rifarmi una vita”.,
Diversamente da quanto popolarmente creduto, l’evoluzione è un viaggio senza meta definitiva e rappresentabile da un albero. In questo albero non esistono specie più o meno progredite di altre, Homo Sapiens compresa, e ogni essere vivente ha una propria concezione del mondo non necessariamente giusta o sbagliata, ma utilitaristica.Approfondimento con esperienza interattiva .... https://www.storieblog.net/2026/04/29/evoluzione-viaggio-senza-meta/
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da la stampa. Francesco Munafò
04 Ottobre 2026Aggiornato alle 12:13
Scuola sotto i portici per il clochard Sissoko: “Imparo l’italiano da Antonio per rifarmi una vita”
Ogni settimana il “maestro” si siede al tavolino del bar vicino a casa per insegnare al maliano che dorme in corso Vittorio
La lezione ai tavolini sotto i portici
Un uomo in giacca e camicia e un ragazzo in tuta e ciabatte si siedono allo stesso tavolino di un bar sotto i portici di corso Vittorio Emanuele. In pochi minuti tirano fuori quaderni, penne e un libro rosso zeppo di verbi, aggettivi, pronomi. «Oggi impariamo a coniugare il verbo avere». Il signore in giacca e cravatta scorre con l’indice gli esercizi di grammatica da eseguire e aspetta con pazienza la risposta giusta.
«Se la scuola non c’è, la facciamo noi»
Si chiama Antonio («Metta un nome di fantasia») ha una voce pacata e un eloquio colto e misurato. «Non voglio comparire, sono una persona come tante altre». Poi indica l’allievo dall’altro lato del tavolino: «Meglio parlare di Sissoko». Sissoko Oudiari avrà circa quarant’anni, viene dal Mali e dal 2017 vive per strada: «Volevo andare a scuola di italiano per trovare un lavoro e ripartire da zero, ma le liste di attesa sono lunghissime. Menomale che Antonio è diventato il mio maestro». È lui a decidere di fare di necessità virtù: se la scuola di italiano non c’è, allora la facciamo noi.
L’asilo politico e la lingua italiana
Su questo pezzo di corso Vittorio a due passi dalla fermata metro Vinzaglio, Sissoko lo conoscono tutti. Il tabaccaio, il barista, le anziane clienti del discount. Lo conosce anche Antonio, che abita a due passi da lì. Una mattina lo incontra avvolto nelle coperte del suo giaciglio: un materasso poggiato su un cartone, una borsa frigo e una busta con del tonno e dei fagioli in scatola.
«Hai bisogno di una mano?» gli chiede in francese. «Vorrei fare richiesta d’asilo, non ho i documenti. E poi vorrei imparare l’italiano come si deve». Antonio lo porta alla Pastorale migranti, e la diocesi aiuta Sissoko ad avviare le pratiche per l’asilo politico. La scuola, invece, è una missione disperata. Le liste d’attesa sono lunghe, e ci sono poche speranze di riuscire a entrare in classe in tempo per l’anno scolastico. «Così gli ho comprato un libro – spiega Antonio – e gli ho detto: Ci provo io».
Il “maestro Antonio” diventa virale
Le loro lezioni al bar sono finite anche sui social, grazie alla foto scattata da una passante rimasta colpita da quella scena particolare. Era appena arrivata da Taranto a Torino per incontrare la figlia studentessa del Politecnico: «Un tempo i migranti arrivavano dal sud Italia – spiega – oggi la storia si ripete con chi arriva dall’Africa o dall’America Latina. Sono contenta che ci siano persone capaci di essere accoglienti». Quella foto raccoglie migliaia di like, commenti, condivisioni. Il “maestro Antonio” diventa virale a sua insaputa. Un po’ si imbarazza a leggere le decine di commenti che elogiano il suo gesto: «Non volevo finire sui social, ho solo dato una mano a una persona che aveva bisogno e che in quartiere è ben voluta».
Sissoko sorride e saluta chiunque gli passi davanti. Tutti ricambiano. «È una persona splendida, spesso prende un caffè da noi e si distingue per educazione» dice Jacopo Di Muccio del bar Victor, che insieme al vicino bar Vittorio ospita quelle lezioni improvvisate di italiano.
Dai dormitori ai marciapiedi
Del passato di Sissoko si sa poco. Qualche anno fa, gli operatori dell’associazione Camminare insieme – che si occupa di assistenza sanitaria ai senzatetto – l’hanno trovato disteso alla fermata del bus davanti al suo giaciglio, forse per un malore. Di certo non ha avuto una vita semplice. Da quando è in Europa, ha viaggiato tra Biella, Torino e Parigi. È passato dai letti scomodi dei dormitori all’asfalto freddo dei marciapiedi. Qualche anno fa, in Francia, un gruppo di balordi l’ha picchiato sotto a un porticato, mentre a Torino qualcuno ha cercato di mandarlo via più volte dai controviali aulici del centro storico versandogli dell’acqua addosso e derubandolo dei pochi spiccioli che conservava vicino al materasso. Per tanto tempo non ha voluto avvicinarsi ai portici di corso Vittorio. «Ma ora le cose sono migliorate, con lui c’è un ottimo legame» spiega l’equipe di volontari di “Camminare insieme” che ogni settimana va a trovarlo.
Scappato dalla guerra in Mali
Sissoko stringe tra le mani la richiesta per l’asilo politico: «Voglio riprendermi la mia vita. Sono scappato dalla guerra in Mali e poi sono stato male per tanto tempo – racconta picchiettandosi la testa –. Ora voglio cambiare». A chi gli chiede come sta, risponde con il pollice alzato. Gli piace insegnare ai passanti a dire “grazie” in lingua maninka, il suo idioma nativo: «Iniké». Verso sera torna sotto le coperte del suo giaciglio. Facendosi luce con il telefono, ripete a bassa voce le parole nuove imparate con Antonio. Tra pochi giorni si riparte con le lezioni.

Foto dell'evento @ facebook Aggiornamenti Sociali
È la storia di un rider che pedala su due linee temporali parallele - quella di un passato ormai diluito e quella di un presente in volata - a conquistare “Storie per rallentare”, il concorso letterario che sfida autori e autrici a frenare “a ritmo di macchina da scrivere” con racconti, poesie, testimonianze e narrazioni. A scriverlo, la penna varesina di Raimondo Fassa che ieri, sabato 3 ottobre, ha vinto la competizione con una poesia dedicata alla condizione di un rider immigrato, sospeso fra memoria del Paese d’origine, lavoro precario, burocrazia, spiritualità islamica e vita quotidiana in una grande città italiana. Tra una rosa di oltre ottanta partecipanti in tutta Italia, la giuria - composta da nomi legati al mondo della cultura, del giornalismo, dell’editoria e della comunicazione sociale - ha deciso di premiare questo componimento che «riafferma la funzione della letteratura come strumento di attenzione»: l’autore restituisce alle parole la capacità di dare voce e visibilità a vite che spesso la città attraversa senza guardare.
Il tempo come corridoio stretto
La poesia vincitrice ha per titolo un proverbio arabo: “La pazienza è la chiave del passaggio”. Passaggio tra un tempo che c’era, lento, e uno nuovo, imposto, che scorre di fretta. Sono queste le due anime tra le quali il protagonista si sente teso. Da una parte la memoria dilatata dei ricordi, dall’altra la realtà di chi portando pacchi diventa egli stesso un pacco, in un tempo che è corridoio stretto che non permette ritardi, scandito da rituali forzati (Quarantadue consegne. Niente mance. Domani si riprende).

Il Festival che rallenta
Il concorso letterario è parte del Festival dei ritmi sostenibili, una kermesse che togliendo il piede dall’acceleratore si propone di recuperare, dentro una società dominata dalla velocità una diversa qualità dello sguardo. Il festival si è svolto negli spazi della Fondazione Culturale San Fedele a Milano, articolandosi in dialoghi, laboratori, mostre, momenti di spiritualità, spettacoli e occasioni di incontro. La seconda edizione si è conclusa ieri dopo una due giorni ricca di incontri. La prima giornata, il 2 ottobre, si è aperta nella chiesa di San Fedele con i saluti istituzionali e con un momento dedicato agli ottant’anni di presenza dei gesuiti a San Fedele. Particolare rilievo ha avuto l’incontro animato da padre Andrea Dall’Asta S.J. sui settant’anni del Sacro Cuore di Lucio Fontana e sul rapporto, particolarmente vivo a San Fedele, fra arte contemporanea e tradizione religiosa. Nella stessa serata è stata inaugurata, alla presenza dell’artista Peter Belyi, l’installazione "Silence", presentata nell’ambito della mostra "The Silences of the Apocalypse", con un forte valore simbolico: una presenza luminosa e silenziosa affacciata sulla piazza, quasi una pausa visiva nel rumore della città.

La giornata del 3 ottobre il percorso è continuato con mostre, laboratori, spazi di riflessione e incontri. Fra gli appuntamenti principali, in Auditorium San Fedele, il dialogo “Abitare lo stesso tempo”, dedicato al rapporto fra generazioni. L’incontro ha voluto mostrare come le differenze generazionali non debbano necessariamente trasformarsi in contrapposizione ma possano diventare occasione di ascolto. All’incontro hanno partecipato Anna Granata, Lorenzo Pregliasco, Linda Laura Sabbadini e Tommaso Salaroli, con la moderazione di padre Giuseppe Riggio S.J.
04 Ottobre 2026Aggiornato alle 12:13
Scuola sotto i portici per il clochard Sissoko: “Imparo l’italiano da Antonio per rifarmi una vita”
Ogni settimana il “maestro” si siede al tavolino del bar vicino a casa per insegnare al maliano che dorme in corso Vittorio
La lezione ai tavolini sotto i portici Un uomo in giacca e camicia e un ragazzo in tuta e ciabatte si siedono allo stesso tavolino di un bar sotto i portici di corso Vittorio Emanuele. In pochi minuti tirano fuori quaderni, penne e un libro rosso zeppo di verbi, aggettivi, pronomi. «Oggi impariamo a coniugare il verbo avere». Il signore in giacca e cravatta scorre con l’indice gli esercizi di grammatica da eseguire e aspetta con pazienza la risposta giusta.
«Se la scuola non c’è, la facciamo noi»
Si chiama Antonio («Metta un nome di fantasia») ha una voce pacata e un eloquio colto e misurato. «Non voglio comparire, sono una persona come tante altre». Poi indica l’allievo dall’altro lato del tavolino: «Meglio parlare di Sissoko». Sissoko Oudiari avrà circa quarant’anni, viene dal Mali e dal 2017 vive per strada: «Volevo andare a scuola di italiano per trovare un lavoro e ripartire da zero, ma le liste di attesa sono lunghissime. Menomale che Antonio è diventato il mio maestro». È lui a decidere di fare di necessità virtù: se la scuola di italiano non c’è, allora la facciamo noi.
L’asilo politico e la lingua italiana
Su questo pezzo di corso Vittorio a due passi dalla fermata metro Vinzaglio, Sissoko lo conoscono tutti. Il tabaccaio, il barista, le anziane clienti del discount. Lo conosce anche Antonio, che abita a due passi da lì. Una mattina lo incontra avvolto nelle coperte del suo giaciglio: un materasso poggiato su un cartone, una borsa frigo e una busta con del tonno e dei fagioli in scatola.
«Hai bisogno di una mano?» gli chiede in francese. «Vorrei fare richiesta d’asilo, non ho i documenti. E poi vorrei imparare l’italiano come si deve». Antonio lo porta alla Pastorale migranti, e la diocesi aiuta Sissoko ad avviare le pratiche per l’asilo politico. La scuola, invece, è una missione disperata. Le liste d’attesa sono lunghe, e ci sono poche speranze di riuscire a entrare in classe in tempo per l’anno scolastico. «Così gli ho comprato un libro – spiega Antonio – e gli ho detto: Ci provo io».
Il “maestro Antonio” diventa virale
Le loro lezioni al bar sono finite anche sui social, grazie alla foto scattata da una passante rimasta colpita da quella scena particolare. Era appena arrivata da Taranto a Torino per incontrare la figlia studentessa del Politecnico: «Un tempo i migranti arrivavano dal sud Italia – spiega – oggi la storia si ripete con chi arriva dall’Africa o dall’America Latina. Sono contenta che ci siano persone capaci di essere accoglienti». Quella foto raccoglie migliaia di like, commenti, condivisioni. Il “maestro Antonio” diventa virale a sua insaputa. Un po’ si imbarazza a leggere le decine di commenti che elogiano il suo gesto: «Non volevo finire sui social, ho solo dato una mano a una persona che aveva bisogno e che in quartiere è ben voluta».
Sissoko sorride e saluta chiunque gli passi davanti. Tutti ricambiano. «È una persona splendida, spesso prende un caffè da noi e si distingue per educazione» dice Jacopo Di Muccio del bar Victor, che insieme al vicino bar Vittorio ospita quelle lezioni improvvisate di italiano.
Dai dormitori ai marciapiedi
Del passato di Sissoko si sa poco. Qualche anno fa, gli operatori dell’associazione Camminare insieme – che si occupa di assistenza sanitaria ai senzatetto – l’hanno trovato disteso alla fermata del bus davanti al suo giaciglio, forse per un malore. Di certo non ha avuto una vita semplice. Da quando è in Europa, ha viaggiato tra Biella, Torino e Parigi. È passato dai letti scomodi dei dormitori all’asfalto freddo dei marciapiedi. Qualche anno fa, in Francia, un gruppo di balordi l’ha picchiato sotto a un porticato, mentre a Torino qualcuno ha cercato di mandarlo via più volte dai controviali aulici del centro storico versandogli dell’acqua addosso e derubandolo dei pochi spiccioli che conservava vicino al materasso. Per tanto tempo non ha voluto avvicinarsi ai portici di corso Vittorio. «Ma ora le cose sono migliorate, con lui c’è un ottimo legame» spiega l’equipe di volontari di “Camminare insieme” che ogni settimana va a trovarlo.
Scappato dalla guerra in Mali
Sissoko stringe tra le mani la richiesta per l’asilo politico: «Voglio riprendermi la mia vita. Sono scappato dalla guerra in Mali e poi sono stato male per tanto tempo – racconta picchiettandosi la testa –. Ora voglio cambiare». A chi gli chiede come sta, risponde con il pollice alzato. Gli piace insegnare ai passanti a dire “grazie” in lingua maninka, il suo idioma nativo: «Iniké». Verso sera torna sotto le coperte del suo giaciglio. Facendosi luce con il telefono, ripete a bassa voce le parole nuove imparate con Antonio. Tra pochi giorni si riparte con le lezioni.
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Pedalare tra due tempi, la poesia di Raimondo Fassa conquista “Storie per rallentare”
Tra memoria e fretta del presente la composizione vincitrice del concorso nel "Festival dei ritmi sostenibili" racconta la quotidianità di un rider immigrato

Giulia Milani
redazione.web@prealpina.it
04 Ottobre 2026
Pedalare tra due tempi, la poesia di Raimondo Fassa conquista “Storie per rallentare”
Tra memoria e fretta del presente la composizione vincitrice del concorso nel "Festival dei ritmi sostenibili" racconta la quotidianità di un rider immigrato

Giulia Milani
redazione.web@prealpina.it
04 Ottobre 2026

Foto dell'evento @ facebook Aggiornamenti Sociali
È la storia di un rider che pedala su due linee temporali parallele - quella di un passato ormai diluito e quella di un presente in volata - a conquistare “Storie per rallentare”, il concorso letterario che sfida autori e autrici a frenare “a ritmo di macchina da scrivere” con racconti, poesie, testimonianze e narrazioni. A scriverlo, la penna varesina di Raimondo Fassa che ieri, sabato 3 ottobre, ha vinto la competizione con una poesia dedicata alla condizione di un rider immigrato, sospeso fra memoria del Paese d’origine, lavoro precario, burocrazia, spiritualità islamica e vita quotidiana in una grande città italiana. Tra una rosa di oltre ottanta partecipanti in tutta Italia, la giuria - composta da nomi legati al mondo della cultura, del giornalismo, dell’editoria e della comunicazione sociale - ha deciso di premiare questo componimento che «riafferma la funzione della letteratura come strumento di attenzione»: l’autore restituisce alle parole la capacità di dare voce e visibilità a vite che spesso la città attraversa senza guardare.
Il tempo come corridoio stretto
La poesia vincitrice ha per titolo un proverbio arabo: “La pazienza è la chiave del passaggio”. Passaggio tra un tempo che c’era, lento, e uno nuovo, imposto, che scorre di fretta. Sono queste le due anime tra le quali il protagonista si sente teso. Da una parte la memoria dilatata dei ricordi, dall’altra la realtà di chi portando pacchi diventa egli stesso un pacco, in un tempo che è corridoio stretto che non permette ritardi, scandito da rituali forzati (Quarantadue consegne. Niente mance. Domani si riprende).

Il Festival che rallenta
Il concorso letterario è parte del Festival dei ritmi sostenibili, una kermesse che togliendo il piede dall’acceleratore si propone di recuperare, dentro una società dominata dalla velocità una diversa qualità dello sguardo. Il festival si è svolto negli spazi della Fondazione Culturale San Fedele a Milano, articolandosi in dialoghi, laboratori, mostre, momenti di spiritualità, spettacoli e occasioni di incontro. La seconda edizione si è conclusa ieri dopo una due giorni ricca di incontri. La prima giornata, il 2 ottobre, si è aperta nella chiesa di San Fedele con i saluti istituzionali e con un momento dedicato agli ottant’anni di presenza dei gesuiti a San Fedele. Particolare rilievo ha avuto l’incontro animato da padre Andrea Dall’Asta S.J. sui settant’anni del Sacro Cuore di Lucio Fontana e sul rapporto, particolarmente vivo a San Fedele, fra arte contemporanea e tradizione religiosa. Nella stessa serata è stata inaugurata, alla presenza dell’artista Peter Belyi, l’installazione "Silence", presentata nell’ambito della mostra "The Silences of the Apocalypse", con un forte valore simbolico: una presenza luminosa e silenziosa affacciata sulla piazza, quasi una pausa visiva nel rumore della città.

La giornata del 3 ottobre il percorso è continuato con mostre, laboratori, spazi di riflessione e incontri. Fra gli appuntamenti principali, in Auditorium San Fedele, il dialogo “Abitare lo stesso tempo”, dedicato al rapporto fra generazioni. L’incontro ha voluto mostrare come le differenze generazionali non debbano necessariamente trasformarsi in contrapposizione ma possano diventare occasione di ascolto. All’incontro hanno partecipato Anna Granata, Lorenzo Pregliasco, Linda Laura Sabbadini e Tommaso Salaroli, con la moderazione di padre Giuseppe Riggio S.J.

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