Il femminicidio non è un raptus: è il fallimento di tutti noi. e. la. famiglia. non esiste Giampaolo Cassitta


Tutti gli autori di omicidio con cui ho parlato mi hanno detto, prima o poi, di avere sbagliato. Alcuni lo facevano con parole di pentimento; altri con la reticenza di chi non riesce ancora a guardare il proprio gesto. Molti, dopo anni, riconoscevano di avere distrutto due vite: quella della persona uccisa e la propria.
Questa esperienza non autorizza semplificazioni. Non permette di dire che ogni assassino sia uguale all’altro, né di negare che in singoli casi possano esistere patologie psichiatriche o n
eurologiche da valutare con il rigore della perizia. Ma impone una cautela: trasformare ogni femminicidio in un improvviso cedimento della mente rischia di sottrarre attenzione a ciò che spesso lo precede: controllo, gelosia, rancore, minacce, possesso, incapacità di accettare l’autonomia dell’altra persona.
La malattia mentale non è un sinonimo di violenza e la violenza non è una diagnosi. Sono due piani diversi. In diritto, l’eventuale infermità può incidere sull’imputabilità soltanto se ha compromesso concretamente la capacità di intendere o di volere; non è una formula narrativa, né una scorciatoia morale. La responsabilità individuale resta il punto da cui partire.
Nei colloqui che ho avuto con gli autori di reato colpisce spesso un altro elemento: il bisogno di riorganizzare la storia a proprio favore. Non per negare necessariamente il fatto, ma per cercare una cornice che lo attenui. “Non tutto è andato come hanno detto”; “anche lei aveva le sue colpe”; “c’erano ragioni che nessuno ha ascoltato”. È il tentativo di restituire al carnefice un ruolo di vittima, o almeno di coprotagonista offeso.
Le relazioni, certo, sono complesse. Le separazioni, i tradimenti, i conflitti economici e familiari producono ferite reali. Ma questa complessità non equivale mai a una giustificazione. Nessun rancore, nessuna umiliazione, nessuna paura di perdere un figlio o una compagna autorizza a eliminare chi viene percepito come un ostacolo. La giustizia deve ricostruire i fatti nella loro interezza; la società non deve confondere quella ricostruzione con una distribuzione delle colpe.
Il punto decisivo è un altro: in molti casi di violenza contro le donne, il movente non è l’amore che impazzisce, ma il potere che non accetta di finire. La pretesa contenuta nella frase “se non sarai mia, non sarai di nessun altro” non è un grido d’amore: è la dichiarazione estrema di un possesso. L’altra persona non viene riconosciuta come libera, ma trattata come una proprietà sottratta.
È qui che l’educazione sentimentale diventa necessaria, ma non sufficiente. Occorre un’educazione sociale: imparare che una relazione non attribuisce diritti sul corpo, sul tempo, sui legami e sulle scelte dell’altra persona. Occorre smontare, fin dall’infanzia, il repertorio apparentemente innocuo che assegna agli uomini la forza e il comando, alle donne la cura e la rinuncia; che deride un ragazzo perché danza o perché mostra fragilità; che chiama “femminuccia” un ragazzino che si emoziona e piange.
Gli stereotipi non sono la causa unica di un omicidio. Sarebbe scientificamente scorretto sostenerlo. Ma sono il terreno culturale su cui atteggiamenti di dominio e svalutazione possono trovare legittimazione. E la prevenzione efficace nasce proprio dalla capacità di riconoscere l’intreccio: fattori personali e relazionali, contesti familiari, norme sociali, segnali di controllo e violenza che non devono essere minimizzati.
C’è infine una dimensione del nostro tempo che merita attenzione. Alcuni delitti vengono raccontati, e talvolta persino progettati, dentro una logica di spettacolarizzazione: lasciare un segno, imporsi nello sguardo degli altri, trasformare il gesto in una tragica e illusoria prova di esistenza. Non è una spiegazione universale e non deve diventare un alibi. È, però, una domanda che riguarda anche noi: il modo in cui narriamo la violenza può contribuire a sottrarle fascino, centralità e potere simbolico?
Non basta indignarsi dopo. Bisogna costruire una prevenzione che arrivi prima: educazione alle relazioni e al consenso nelle scuole, formazione continua per chi intercetta le richieste d’aiuto: insegnanti, medici, forze dell’ordine, operatori sociali e servizi territoriali capaci di valutare il rischio senza minimizzarlo. Significa finanziare stabilmente centri antiviolenza e case rifugio, rendere effettive le misure di protezione, assicurare sostegno economico e abitativo a chi decide di allontanarsi. Significa, infine, lavorare anche con gli uomini: non per attenuare la responsabilità di chi agisce violenza, ma per interrompere prima la cultura del controllo e del possesso.
Ogni istituzione dovrebbe essere chiamata a rendere conto di questo impegno con dati pubblici: tempi di risposta alle denunce, accessibilità dei servizi, continuità della protezione, esiti dei percorsi educativi. Solo ciò che viene finanziato, monitorato e verificato smette di essere una promessa.
Chi uccide non è “un mostro” venuto da altrove. È un responsabile. Riconoscerlo non riduce l’orrore: lo rende più esigente. Ci obbliga a proteggere le vittime quando sono ancora vive, a intervenire sui segnali, a educare alla libertà reciproca e a cambiare la cultura che confonde il legame con il possesso. Non è un compito delle donne soltanto, né della giustizia soltanto: è una responsabilità pubblica.
E qui la politica deve smettere di nascondersi dietro le dichiarazioni di principio. I governi che si sono succeduti hanno approvato norme e annunciato piani che sono rimasti, per lo più, annunci. Nessuno ha ancora costruito una strategia stabile, finanziata e valutabile all’altezza del fenomeno. Troppo spesso le risorse arrivano tardi, sono frammentate tra livelli istituzionali, dipendono da bandi temporanei o non garantiscono continuità a centri antiviolenza, case rifugio, formazione e percorsi di prevenzione nelle scuole.
La violenza di genere non si affronta soltanto dopo un delitto, con una nuova aggravante o una conferenza stampa. Si contrasta prima: rendendo strutturali i finanziamenti, assicurando personale formato e servizi presenti in ogni territorio, verificando ogni anno ciò che funziona e ciò che non funziona. Senza questa scelta, l’emergenza resta una parola comoda: serve a commentare l’ennesima morte, ma non a impedirne la prossima.

Infatti. sempre G.Cassitta. ha. scritto. che

573. La famiglia che non esiste
Credo non ci siano più parole davanti a questi orrori quotidiani, a questi uomini piccoli, fragili, incapaci di sopravvivere alle difficoltà. Uomini che non ascoltano, non comprendono, non ragionano. Uomini inutilmente adulti, convinti di essere il centro dell’universo, convinti di essere gli unici cui è dovuta una risposta. Uomini stolti, piccoli e insignificanti, capaci solo di uccidere nel peggiore dei modi, piuttosto che affrontare le situazioni, piuttosto che imbastire un dialogo con la donna che ha deciso di lasciarli. E non si chiedono, nella loro stoltezza, il perché dell’abbandono, non si accorgono di essere persone spregevoli. Non hanno amici, non hanno fratelli o sorelle o genitori che possano in qualche modo urlargli la loro inutilità, il loro essere bastardi, il loro essere crudeli. L’ennesimo femminicidio è un racconto che, ormai, non si riesce a leggere neppure nei noir più foschi: picchiata, chiusa in un bagagliaio e gettata dal ponte dell’autostrada. Poi, come un vigliacco, il suicidio. Non abbiamo parole, non ci sono passaggi immediati a questa orrenda mattanza, a questo non voler comprendere che sono saltati gli argini del vivere comune, del dialogo e della costruzione di un rapporto. Forse, più che urlarlo negli slogan, a squarciagola e con un’enfasi propagandistica, dovremmo cominciare a parlare di famiglia. E dovremmo, necessariamente, farlo subito.

Commenti

Post popolari in questo blog

Per salvare Isabella Marsilio dalla coltellata di un suo studente non è servita la remigrazione. È servito il coraggio di un ragazzo nato nella Repubblica del Congo.

cosa non si fa per. gli ''ospiti ''. Parigi \ Tour Eiffel. dipendenti donne tenute nascoste per non offendere la delegazione appartiene all’organizzazione religiosa Baps (Bochasanwasi Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha), nota per le posizioni conservatrici e vicina al premier Narendra Modi

qualcosa. è. andato storto