riflessioni mattutine. su come. sarà la settimana del 25 anniversario del 11settembre. 2001
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Mentre la. mia. passeggiata. mattutina nel silenzio alla The Sound of Silence o quasi. visto ci sono. solo. gli spazzini. della nettezza. urbana. e. l'acqua. delle cascattelle. è. in. funzione . la. gente. che. porta. i. cani. ancora. non. è. arrivata. ) . tipo. ispirato. , non. riesco. mai. a smettere. di pensare ( d'altronde. l'uomo. è. un animale. pensante. ) e decidere. di bloccare su. carta. o su. pc. cio che. leggo o sento, dalla lettura (. in. corso ) di. 1984. di Orweel e dal. post. di Sara El Debuçh (. vedere. sotto. , letto prima poco. fa. prima d'uscire. , la mia. solita rassegna. web mattutina. 👥😊)
I principali storici e politologi utilizzano quattro grandi chiavi di lettura per inquadrare questo evento:
1. Fine della "Fine della Storia" e cesura epocale
Negli anni '90, dopo il crollo dell'Unione Sovietica, si era diffusa la tesi della "fine della storia" di Francis Fukuyama, secondo cui la democrazia liberale occidentale non aveva più rivali ideologici. L'11 settembre frantuma questa visione, dimostrando l'emergere di nuovi conflitti asimmetrici globali. Molti storici descrivono l'evento come la vera fine del "Secolo Breve" (il Novecento) e l'effettivo inizio del XXI secolo. [1]
2. Fine del mito dell'invulnerabilità americana
Per la prima volta dal trauma di Pearl Harbor (1941) e, andando ancora più indietro, dall'attacco britannico a Washington del 1814, il territorio continentale degli Stati Uniti subisce un devastante attacco nemico. Questo evento cancella la percezione degli USA come un "santuario" geograficamente protetto dagli oceani, rimodellando la psicologia collettiva della superpotenza. [4, 5]
3. Nascita dell'iperterrorismo e della guerra asimmetrica
Gli attentati di al-Qāʿida introducono il concetto di iperterrorismo globale: [6]
- Attori non statali: La minaccia non proviene da uno Stato sovrano tradizionale, ma da una rete transnazionale ideologica. [6, 7]
- Guerra asimmetrica: Un gruppo ridotto di individui utilizza armi civili (aerei di linea dirottati) per infliggere danni strategici a una superpotenza militare. [3, 8]
- La dottrina della "Guerra al Terrore": L'evento ridefinisce la politica estera americana, portando alle invasioni dell'Afghanistan (2001) e dell'Iraq (2003) e introducendo la dottrina della guerra preventiva.
4. Il primo grande evento della "storia in tempo reale"
Sul piano dell'analisi dei media, l'11 settembre è considerato il primo trauma globale vissuto in diretta planetaria. La natura intrinsecamente spettacolare e visiva dell'attacco alle Torri Gemelle ha trasformato l'atto terroristico in un evento-media assoluto, dove la trasmissione televisiva globale ha amplificato l'impatto psicologico della minaccia su scala mondiale. [1, 3, 9]
Ve lo dico io com’è possibile cadere nell’estremismo.
Significa nascere in un Paese che senti tuo, perché è l’unico che hai conosciuto. Un Paese che non hai scelto tu, ma che hanno scelto i tuoi genitori quando hanno deciso di emigrare per costruirsi un futuro. Tu ci nasci, ci cresci, ne impari la lingua, ne respiri la cultura, ne fai la tua identità. Per me quel Paese è l’Italia.
Poi però inizi a crescere e arrivano le prime crepe.
Nel mio caso, quando da Incisa Valdarno mi trasferii a Roma, c’era chi mi prendeva in giro per l’accento: “Parli senza l’H”, “Ma parla come magni”. Poi, da adolescente, ho scelto di indossare il velo e sono arrivati gli insulti: “Che cos’è quello straccio?”. Da lì sono iniziati il bullismo, gli sguardi, le umiliazioni e, soprattutto, le prime profonde crisi identitarie.
Poi arrivano gli anni dell’università, dei primi amori, delle scelte importanti. E insieme a tutto questo arrivano anche i dubbi: chi sono davvero? A quale Paese appartengo? Qual è la mia cultura? Qual è il mio posto nel mondo?
È la fase più delicata. Quella in cui ti senti rifiutato dalla cultura delle tue origini e, allo stesso tempo, non completamente accettato da quella in cui sei nato e cresciuto. Ti senti sospeso tra due mondi. E quando vivi quella frattura, diventi più fragile.
È proprio lì che si infilano gli estremismi.
Organizzazioni terroristiche come l’ISIS non puntano semplicemente sulla religione. Puntano sulle crisi identitarie, sulle ferite, sul senso di esclusione, sulle umiliazioni, sul bisogno di appartenenza. Cercano giovani arrabbiati, soli, spesso cresciuti in contesti difficili, ai quali promettono una famiglia, un’identità, uno scopo, perfino una sicurezza economica. Li convincono che la loro rabbia possa trasformarsi in vendetta.
Ma quelle persone, prima ancora che carnefici, sono spesso vittime di una manipolazione costruita sulle loro fragilità.
E proprio per questo provo un dolore ancora più grande per tutte le vittime del terrorismo. Perché a morire sono quasi sempre persone innocenti, giovani, famiglie, bambini, uomini e donne che non hanno alcuna responsabilità in quel disagio e in quelle ferite. Sono vite spezzate dalla violenza di chi ha trasformato la propria sofferenza in odio e ha deciso di colpire chi non c’entrava assolutamente nulla. L’estremismo produce solo altre vittime e altro dolore.
E anche lo Stato e la società dovrebbero interrogarsi su questo. Perché troppo spesso la ricchezza di chi cresce tra due culture non viene valorizzata, ma trasformata in un motivo di sospetto. Si continua a parlare di “integrazione” anche quando si tratta di ragazzi nati e cresciuti qui, che italiani lo sono sempre stati.
E non finisce lì.
Chi vive una doppia appartenenza viene spesso trasformato in un caso umano da esibire nei talk show o in uno strumento della propaganda politica. Si viene invitati a parlare non per essere ascoltati davvero, ma per confermare una narrazione utile a qualcuno. E quando sei molto giovane non hai ancora gli strumenti, la consapevolezza o la forza per difenderti.
Ancora oggi accade.
Io non ho conosciuto l’estremismo e non voglio certo ridurre un fenomeno così complesso a un post su Facebook. Ma posso parlare della mia esperienza.
Sono un’italiana di origine siriana. Ho indossato il velo. Ho attraversato profonde crisi identitarie. Oggi ho 31 anni e sono finalmente in pace con me stessa. Sono fiera della mia religione, profondamente italiana e immensamente grata anche alle mie origini siriane. Non devo scegliere tra le mie due identità, perché entrambe fanno parte di me.
Se oggi sono una donna serena e irremovibile nei miei valori, lo devo alla mia famiglia, ai miei amici, all’arte, al cinema e a tutti gli ambienti sani che mi hanno accompagnata nella crescita.
Per questo, quando si parla di prevenire l’estremismo, non basta parlare di sicurezza. Bisogna parlare di inclusione, di ascolto, di scuola, di opportunità e di appartenenza. Perché è lì che si decide se una ferita diventerà una forza o verrà trasformata da qualcuno in un’arma.
La politica dovrebbe smettere di affrontare questo tema solo dopo una tragedia o durante una campagna elettorale.
La sicurezza è un dovere dello Stato e chi commette reati deve essere perseguito senza esitazioni. Ma se si vuole davvero prevenire l’estremismo, la risposta non può essere soltanto repressiva.
L’inclusione non è buonismo. Non significa abbassare le regole, né chiudere gli occhi davanti ai problemi. Significa impedire che migliaia di ragazzi nati e cresciuti in Italia vengano lasciati in un limbo identitario, dove finiscono per sentirsi stranieri ovunque. Significa investire nella scuola, nello sport, nella cultura, nel dialogo e nella costruzione di un senso di appartenenza condiviso.
Uno Stato forte non è quello che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B, ma quello che riesce a trasformare la diversità in una risorsa comune. Perché l’estremismo si combatte certamente con le forze dell’ordine e con la giustizia, ma si previene soprattutto costruendo una società in cui nessuno possa essere reclutato facendo leva sulla solitudine, sull’umiliazione e sulla crisi di identità.
[1] https://fondazionefeltrinelli.it
[7] https://giurisprudenza.i-learn.unito.it

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