Non. solo cafoni e. coste di vip. ma. anche. l'Asinara terra di cowboy e caprai: «Catturiamo cavalli selvaggi e caprette per tutelare l’ecosistema» – Il reportag
la. nuova. 17\8\2026
Il reportage
Dai resti dei deportati etiopi ai soldati austro-ungarici: ecco l’inferno sepolto sull’isola dell’Asinara I loro drammi riportati alla luce dalla ricerca storica e archeologica
di Davide Pinna

Asinara Il luogo incontaminato che molti sardi e turisti immaginano quando pensano all’Asinara in realtà è una costruzione mentale. Un’isola che non c’è, perché quella che esiste davvero è uno spazio segnato continuamente da tracce umane. Recenti e antiche, come racconta Ilaria Soletta, una delle guide ambientali di Asinara 4x4. Dalle domus de janas di Campu Perdu al Castellaccio medievale che domina il capo meridionale dell’isola fino agli edifici legati alla storia carceraria dell’isola.
Cavalli selvaggi e asini
Sono Simone Rosa e Daniele Denurra le nostre guide in questo viaggio. Simone, tecnico della gestione faunistica, è titolare insieme a Davide Melis della C.So.Ge.Fa., la società che si occupa per conto del parco della gestione e del contenimento numerico dei cavalli e degli asini selvatici che vivono sull’isola. Daniele, veterinario, cura gli aspetti legati all’assistenza sanitaria degli equidi. L’appalto in corso è cominciato nel 2020, ma per entrambi l’isola è casa da molto prima. Negli ultimi cinque anni, i cavalli catturati e allontanati dall’isola sono stati 170, mentre gli asini (solo quelli grigi, i bianchi restano qui) sono stati 132, ma le attività sono cominciate solo nel 2025. Eccoli qua, i cowboy dell’Asinara: ogni giorno sull’isola, che sia estate o inverno, con il solleone o con la pioggia. «Attiriamo gli animali dentro dei grandi recinti disseminati nell’isola» spiega Simone Rosa mentre ci mostra quello di Santa Maria, poco sopra l’approdo e l’ex carcere di massima sicurezza di Fornelli. Poi, con l’acqua e il fieno, vengono convinti a entrare dentro le stalle, ma non sempre ci rimangono volentieri. «Qualche tempo fa eravamo riusciti a prendere anche lui – racconta, indicando uno stallone nero che galoppa insieme a due fattrici sulla collina –. Ma ha abbattuto e scardinato due cancelli ed è fuggito
Diversamente dai cowboy e dai gauchos argentini, però, Simone e Daniele lo fanno per tenere in piedi il fragile equilibrio ambientale dell’Asinara. «Siamo riusciti a castrare tutti gli stalloni dell’isola» ci racconta il veterinario. Un’operazione, anche questa, che ha qualcosa di avventuroso: si spara col fucile da teleanestesia un dardo narcotico che addormenta i cavalli, così da poter poi intervenire. «Da quando lo abbiamo fatto, il loro benessere è migliorato tantissimo. Li vedete quei segni lì?». Indica uno stallone che sta tranquillo nel recinto della stalla di Santa Maria: il corpo è segnato dalle cicatrici lasciate dai denti degli altri stalloni durante le battaglie estive per conquistare le fattrici. «Sono animali selvatici, le ferite vengono infettate e poi arrivano le mosche e rischiano di essere fatali senza le nostre cure. Dopo la castrazione questi interventi sono diminuiti moltissimo»
Il fatto è che l’isola dell’Asinara ha un equilibrio ecologico delicatissimo. Troppo spesso modificato dall’uomo nel corso della storia. Ora il Parco Nazionale, presieduto da Gianluca Mureddu e diretto da Vittorio Gazale, lavora per ripristinarlo. E le campagne di contenimento di cavalli e asini rientrano in questa attività. Gli animali, dopo la cattura e i controlli medici della Asl, vengono donati a chi ne fa richiesta attraverso i canali amministrativi del Parco. C’è chi li prende per domarli, chi – nel caso di quelli che non sono stati castrati – per riproduzione, chi solo per farli pascolare nei propri terreni. «Sono tutti segnati come “Non DPA”, cioè non destinati alla produzione di alimenti» sottolineano Rosa e Denurra. Una scelta irreversibile che mette al riparo per sempre cavalli e asini grigi dell’Asinara dalla macellazione.

◗Foto di Mauro Chessa
Capre e cinghiali
Ci sono altre due specie, introdotte dall’uomo, che mettono a dura prova gli equilibri ecosistemici dell’isola dell’Asinara: le capre e i cinghiali. Entrambi sono eredità del vecchio sistema carcerario che allevava ovini e maiali, poi rimasti abbandonati sull’isola dopo la chiusura dell’ultima porta blindata, nel 1998. Le capre si sono inselvatichite, diventando migliaia e trasformandosi in un vero e proprio flagello per la vegetazione dell’Asinara. I maiali si sono accoppiati con i cinghiali già presenti sull’isola che è disseminata di trappole: enormi gabbie con un’esca di granturco che fa scattare il meccanismo e chiude la porta alle spalle dell’animale.
Risalendo l’isola verso Cala Reale, a un certo punto si attraversa una piana puntellata di massi di granito che degrada verso Cala di Sgombro e le sue acque cristalline. È la zona di Tumbarino. Nei locali della vecchia diramazione carceraria c’è la base operativa della cooperativa Ortuabis. Sono sei, li guida il presidente Franco Demuru. Arrivano da Meana Sardo, il centro geografico della Sardegna fra la Barbagia e il Mandrolisai, e lavorano nella punta più settentrionale dell’isola, a 200 chilometri e quattro ore di distanza: hanno vinto l’appalto del parco per l’allontanamento dall’isola di capre e cinghiali. «Come si catturano? Bisogna correre, correre molto» racconta uno di loro ridendo. Insomma, una battuta di caccia senza fucili, si urla e si fa rumore, cercando di spingere gli animali verso il recinto dove attenderanno le visite dei veterinari Asl e il via libera all’uscita fuori dall’isola. Ci si può ritrovare a correre per chilometri, a volte per catturare trenta capre e altre per imprigionarne una sola. «Sempre che non si metta in mezzo qualche asino e le faccia scappare» ride ancora. Fuori dai locali che un tempo erano occupati dagli agenti, fra i massi di granito e i ruderi del campo di concentramento che ospitò in condizioni infernali i prigionieri austro-ungarici della prima guerra mondiale si sentono i belati delle caprette libere. Una sfida ai loro “cacciatori”? «Macché, è un saluto: siamo diventati amici ormai» scherzano.

◗Foto di Mauro Chessa
Asinara Il luogo incontaminato che molti sardi e turisti immaginano quando pensano all’Asinara in realtà è una costruzione mentale. Un’isola che non c’è, perché quella che esiste davvero è uno spazio segnato continuamente da tracce umane. Recenti e antiche, come racconta Ilaria Soletta, una delle guide ambientali di Asinara 4x4. Dalle domus de janas di Campu Perdu al Castellaccio medievale che domina il capo meridionale dell’isola fino agli edifici legati alla storia carceraria dell’isola.
La marcia della morte
Ci sono anche tracce meno evidenti che raccontano una storia che ormai non è più sconosciuta, ma i cui protagonisti certo non hanno la stessa fama dei boss mafiosi Totò Riina o Leoluca Bagarella. E nemmeno le stesse colpe, dato che si tratta di migliaia prigionieri di guerra che militavano nelle file dell’esercito imperiale austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale. In gran parte operai e contadini, che combattevano in prima linea una guerra decisa da altri. Dopo la cattura, 40mila prigionieri si ritrovarono in mezzo alla ritirata dell’esercito serbo, ricacciato dagli austriaci verso il sud dei Balcani. Una marcia della morte nel rigido inverno balcanico, terminata nel porto albanese di Valona, dove però arrivarono soltanto in 24mila. Ma l’inferno era appena cominciato: imbarcati sulle navi messe a disposizione dalle marine dell’Intesa, affrontarono il lungo viaggio e continuarono a morire come mosche, falcidiati dal tifo e dal colera. I sopravvissuti vissero per sei mesi in cinque campi, per un estensione complessiva di 300 ettari: il campo di prigionia della Prima guerra mondiale più grande d’Italia. La loro memoria è stata preservata anche grazie alle campagne archeologiche condotte dal docente dell’Università di Sassari Marco Milanese che hanno gettato un po’ di luce sulla vita quotidiana dei prigionieri: in zone dell’isola come quella di Stretti, esposta ai venti e soprattutto al gelido maestrale, non ebbero mai la possibilità, diversamente da quelli che stavano nella penisola, di trasferirsi dentro caseggiati in muratura, ma vissero tutta la loro prigionia all’interno di tende. Ma la quotidianità dei prigionieri è raccontata anche dai bottoni, dalle fibie, dai colli di bottiglia, dai mattoni che gli uomini producevano in una fabbrica improvvisata e che sono stati ritrovati dagli archeologi. Durante i sei mesi di prigionia, morirono a migliaia: 7mila soldati riposano nell’ossario fatto costruire nel 1936 in base a un accordo firmato nel 1931 fra governo italiano e governo austriaco. Altri sono sparsi nei cimiteri associati ai cinque campi di concentramento, come quello di Tumbarinu, a due passi dalla base operativa dei “cacciatori” di capre di Meana Sardo.
Dall’Africa
Vent’anni dopo furono le vittime di un’altra guerra a ritrovarsi prigionieri all’Asinara. Circa 300 dignitari etiopi vennero deportati da Addis Abeba dopo la repressione e i massacri messi in campo dagli occupatori italiani in risposta all’attentato contro il maresciallo e viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani del 19 febbraio. In pochi giorni furono massacrate migliaia di persone, quando le acque si calmarono circa 300 esponenti della classe dirigente e vecchi dignitari dell’imperatore Hailé Selassié vennero imbarcati e deportati verso l’isola dell’Asinara dove restarono al confino fino al 1939. Una storia che negli ultimi anni è tornata alla luce grazie all’impegno di tanti ricercatori e al sostegno del Parco nazionale, del Comune, della Fondazione di Sardegna e che le guide dell’isola raccontano a tutti i visitatori. La scorsa estate una delle bambine che venne deportate nel 1937, Yeweinshet Beshah-Woured, è tornata sull’isola a 94 anni e ha partecipato alla cerimonia organizzata dalla cooperativa Sealand per il disvelamento di una targa commemorativa a Cala Reale. Sull’isola fu deportata anche Romanework Hailé Selassié, la Principessa del Melograno d’oro, cioè la figlia primogenita dell’imperatore d’Etiopia, il Negus Hailé Selassié. All’Asinara morì il piccolo figlio Gideon Beyene, mentre lei si ammalò di tubercolosi e venne trasferita a Torino, dove morì nel 1940 e dove ancora riposa. Ancora una volta una tragedia che ha per protagoniste persone che su quell’isola ci sono state portate contro la loro volontà. E pensare che fino alla fine dell’Ottocento all’Asinara vivevano persone che l’avevano scelta. Ma il loro ricordo non verrà mai cancellato.
Il reportage
Dai resti dei deportati etiopi ai soldati austro-ungarici: ecco l’inferno sepolto sull’isola dell’Asinara I loro drammi riportati alla luce dalla ricerca storica e archeologica
di Davide Pinna

Asinara Il luogo incontaminato che molti sardi e turisti immaginano quando pensano all’Asinara in realtà è una costruzione mentale. Un’isola che non c’è, perché quella che esiste davvero è uno spazio segnato continuamente da tracce umane. Recenti e antiche, come racconta Ilaria Soletta, una delle guide ambientali di Asinara 4x4. Dalle domus de janas di Campu Perdu al Castellaccio medievale che domina il capo meridionale dell’isola fino agli edifici legati alla storia carceraria dell’isola.
Cavalli selvaggi e asini
Sono Simone Rosa e Daniele Denurra le nostre guide in questo viaggio. Simone, tecnico della gestione faunistica, è titolare insieme a Davide Melis della C.So.Ge.Fa., la società che si occupa per conto del parco della gestione e del contenimento numerico dei cavalli e degli asini selvatici che vivono sull’isola. Daniele, veterinario, cura gli aspetti legati all’assistenza sanitaria degli equidi. L’appalto in corso è cominciato nel 2020, ma per entrambi l’isola è casa da molto prima. Negli ultimi cinque anni, i cavalli catturati e allontanati dall’isola sono stati 170, mentre gli asini (solo quelli grigi, i bianchi restano qui) sono stati 132, ma le attività sono cominciate solo nel 2025. Eccoli qua, i cowboy dell’Asinara: ogni giorno sull’isola, che sia estate o inverno, con il solleone o con la pioggia. «Attiriamo gli animali dentro dei grandi recinti disseminati nell’isola» spiega Simone Rosa mentre ci mostra quello di Santa Maria, poco sopra l’approdo e l’ex carcere di massima sicurezza di Fornelli. Poi, con l’acqua e il fieno, vengono convinti a entrare dentro le stalle, ma non sempre ci rimangono volentieri. «Qualche tempo fa eravamo riusciti a prendere anche lui – racconta, indicando uno stallone nero che galoppa insieme a due fattrici sulla collina –. Ma ha abbattuto e scardinato due cancelli ed è fuggito
Diversamente dai cowboy e dai gauchos argentini, però, Simone e Daniele lo fanno per tenere in piedi il fragile equilibrio ambientale dell’Asinara. «Siamo riusciti a castrare tutti gli stalloni dell’isola» ci racconta il veterinario. Un’operazione, anche questa, che ha qualcosa di avventuroso: si spara col fucile da teleanestesia un dardo narcotico che addormenta i cavalli, così da poter poi intervenire. «Da quando lo abbiamo fatto, il loro benessere è migliorato tantissimo. Li vedete quei segni lì?». Indica uno stallone che sta tranquillo nel recinto della stalla di Santa Maria: il corpo è segnato dalle cicatrici lasciate dai denti degli altri stalloni durante le battaglie estive per conquistare le fattrici. «Sono animali selvatici, le ferite vengono infettate e poi arrivano le mosche e rischiano di essere fatali senza le nostre cure. Dopo la castrazione questi interventi sono diminuiti moltissimo»
Il fatto è che l’isola dell’Asinara ha un equilibrio ecologico delicatissimo. Troppo spesso modificato dall’uomo nel corso della storia. Ora il Parco Nazionale, presieduto da Gianluca Mureddu e diretto da Vittorio Gazale, lavora per ripristinarlo. E le campagne di contenimento di cavalli e asini rientrano in questa attività. Gli animali, dopo la cattura e i controlli medici della Asl, vengono donati a chi ne fa richiesta attraverso i canali amministrativi del Parco. C’è chi li prende per domarli, chi – nel caso di quelli che non sono stati castrati – per riproduzione, chi solo per farli pascolare nei propri terreni. «Sono tutti segnati come “Non DPA”, cioè non destinati alla produzione di alimenti» sottolineano Rosa e Denurra. Una scelta irreversibile che mette al riparo per sempre cavalli e asini grigi dell’Asinara dalla macellazione.

◗Foto di Mauro Chessa
Capre e cinghiali
Ci sono altre due specie, introdotte dall’uomo, che mettono a dura prova gli equilibri ecosistemici dell’isola dell’Asinara: le capre e i cinghiali. Entrambi sono eredità del vecchio sistema carcerario che allevava ovini e maiali, poi rimasti abbandonati sull’isola dopo la chiusura dell’ultima porta blindata, nel 1998. Le capre si sono inselvatichite, diventando migliaia e trasformandosi in un vero e proprio flagello per la vegetazione dell’Asinara. I maiali si sono accoppiati con i cinghiali già presenti sull’isola che è disseminata di trappole: enormi gabbie con un’esca di granturco che fa scattare il meccanismo e chiude la porta alle spalle dell’animale.
Risalendo l’isola verso Cala Reale, a un certo punto si attraversa una piana puntellata di massi di granito che degrada verso Cala di Sgombro e le sue acque cristalline. È la zona di Tumbarino. Nei locali della vecchia diramazione carceraria c’è la base operativa della cooperativa Ortuabis. Sono sei, li guida il presidente Franco Demuru. Arrivano da Meana Sardo, il centro geografico della Sardegna fra la Barbagia e il Mandrolisai, e lavorano nella punta più settentrionale dell’isola, a 200 chilometri e quattro ore di distanza: hanno vinto l’appalto del parco per l’allontanamento dall’isola di capre e cinghiali. «Come si catturano? Bisogna correre, correre molto» racconta uno di loro ridendo. Insomma, una battuta di caccia senza fucili, si urla e si fa rumore, cercando di spingere gli animali verso il recinto dove attenderanno le visite dei veterinari Asl e il via libera all’uscita fuori dall’isola. Ci si può ritrovare a correre per chilometri, a volte per catturare trenta capre e altre per imprigionarne una sola. «Sempre che non si metta in mezzo qualche asino e le faccia scappare» ride ancora. Fuori dai locali che un tempo erano occupati dagli agenti, fra i massi di granito e i ruderi del campo di concentramento che ospitò in condizioni infernali i prigionieri austro-ungarici della prima guerra mondiale si sentono i belati delle caprette libere. Una sfida ai loro “cacciatori”? «Macché, è un saluto: siamo diventati amici ormai» scherzano.

◗Foto di Mauro Chessa
Asinara Il luogo incontaminato che molti sardi e turisti immaginano quando pensano all’Asinara in realtà è una costruzione mentale. Un’isola che non c’è, perché quella che esiste davvero è uno spazio segnato continuamente da tracce umane. Recenti e antiche, come racconta Ilaria Soletta, una delle guide ambientali di Asinara 4x4. Dalle domus de janas di Campu Perdu al Castellaccio medievale che domina il capo meridionale dell’isola fino agli edifici legati alla storia carceraria dell’isola.

La marcia della morte
Ci sono anche tracce meno evidenti che raccontano una storia che ormai non è più sconosciuta, ma i cui protagonisti certo non hanno la stessa fama dei boss mafiosi Totò Riina o Leoluca Bagarella. E nemmeno le stesse colpe, dato che si tratta di migliaia prigionieri di guerra che militavano nelle file dell’esercito imperiale austro-ungarico durante la Prima guerra mondiale. In gran parte operai e contadini, che combattevano in prima linea una guerra decisa da altri. Dopo la cattura, 40mila prigionieri si ritrovarono in mezzo alla ritirata dell’esercito serbo, ricacciato dagli austriaci verso il sud dei Balcani. Una marcia della morte nel rigido inverno balcanico, terminata nel porto albanese di Valona, dove però arrivarono soltanto in 24mila. Ma l’inferno era appena cominciato: imbarcati sulle navi messe a disposizione dalle marine dell’Intesa, affrontarono il lungo viaggio e continuarono a morire come mosche, falcidiati dal tifo e dal colera. I sopravvissuti vissero per sei mesi in cinque campi, per un estensione complessiva di 300 ettari: il campo di prigionia della Prima guerra mondiale più grande d’Italia. La loro memoria è stata preservata anche grazie alle campagne archeologiche condotte dal docente dell’Università di Sassari Marco Milanese che hanno gettato un po’ di luce sulla vita quotidiana dei prigionieri: in zone dell’isola come quella di Stretti, esposta ai venti e soprattutto al gelido maestrale, non ebbero mai la possibilità, diversamente da quelli che stavano nella penisola, di trasferirsi dentro caseggiati in muratura, ma vissero tutta la loro prigionia all’interno di tende. Ma la quotidianità dei prigionieri è raccontata anche dai bottoni, dalle fibie, dai colli di bottiglia, dai mattoni che gli uomini producevano in una fabbrica improvvisata e che sono stati ritrovati dagli archeologi. Durante i sei mesi di prigionia, morirono a migliaia: 7mila soldati riposano nell’ossario fatto costruire nel 1936 in base a un accordo firmato nel 1931 fra governo italiano e governo austriaco. Altri sono sparsi nei cimiteri associati ai cinque campi di concentramento, come quello di Tumbarinu, a due passi dalla base operativa dei “cacciatori” di capre di Meana Sardo.
Dall’Africa
Vent’anni dopo furono le vittime di un’altra guerra a ritrovarsi prigionieri all’Asinara. Circa 300 dignitari etiopi vennero deportati da Addis Abeba dopo la repressione e i massacri messi in campo dagli occupatori italiani in risposta all’attentato contro il maresciallo e viceré d’Etiopia Rodolfo Graziani del 19 febbraio. In pochi giorni furono massacrate migliaia di persone, quando le acque si calmarono circa 300 esponenti della classe dirigente e vecchi dignitari dell’imperatore Hailé Selassié vennero imbarcati e deportati verso l’isola dell’Asinara dove restarono al confino fino al 1939. Una storia che negli ultimi anni è tornata alla luce grazie all’impegno di tanti ricercatori e al sostegno del Parco nazionale, del Comune, della Fondazione di Sardegna e che le guide dell’isola raccontano a tutti i visitatori. La scorsa estate una delle bambine che venne deportate nel 1937, Yeweinshet Beshah-Woured, è tornata sull’isola a 94 anni e ha partecipato alla cerimonia organizzata dalla cooperativa Sealand per il disvelamento di una targa commemorativa a Cala Reale. Sull’isola fu deportata anche Romanework Hailé Selassié, la Principessa del Melograno d’oro, cioè la figlia primogenita dell’imperatore d’Etiopia, il Negus Hailé Selassié. All’Asinara morì il piccolo figlio Gideon Beyene, mentre lei si ammalò di tubercolosi e venne trasferita a Torino, dove morì nel 1940 e dove ancora riposa. Ancora una volta una tragedia che ha per protagoniste persone che su quell’isola ci sono state portate contro la loro volontà. E pensare che fino alla fine dell’Ottocento all’Asinara vivevano persone che l’avevano scelta. Ma il loro ricordo non verrà mai cancellato.
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