Volevano solo raccontare il piccolo borgo, poi l'esplosione di clic sui social: "Premiata la spontaneità". La sindaca: "Il costo per dormire? Un rimborso spese"
A Celle di San Vito, quando si parla di numeri, bisogna andarci piano. Gli abitanti sono 144, il comune foggiano è il meno popoloso della Puglia. Poi qualcuno ha acceso una telecamera e quei numeri hanno cambiato dimensione: due milioni di visualizzazioni in meno di due mesi. La cosa curiosa è che, per ottenere questo risultato, a Celle non hanno chiamato influencer o personaggi televisivi. Hanno fatto il contrario: hanno messo davanti alla telecamera le persone che erano già lì. Un paese si è improvvisato attore, un gruppo di persone autore di una campagna social e, quasi per gioco, è arrivato un risultato da grandi del web. La pagina è “Celle di San Vito Informa” e il progetto è curato da Francesco Quitadamo di Officineventi insieme all’amministrazione comunale. L’idea sembra studiata a tavolino. In realtà è nata quasi per caso spiega la sindaca di Celle, Palma Maria Giannini: “Nessuna forzatura, tutto fatto per gioco, per poter far sentire la nostra voce, molto spesso presa poco in considerazione per via dei numeri”.
Poi la faccenda è sfuggita di mano, in senso buono. “Siamo i più piccoli – continua il primo cittadino – ma siamo anche quelli che ultimamente ci facciamo sentire di più in Puglia. È esplosa e ora mi chiamano da ogni parte d’Italia perché vogliono sapere di noi, della nostra minoranza linguistica e anche dei nostri aneddoti”. Nei video non ci sono volti famosi, ma cittadini comuni. A loro viene chiesto perché abbiano scelto di vivere a Celle, perché siano rimasti o arrivati qui. Nessun copione, nessuna posa. Solo una storia da raccontare. Mentre sui social c’è chi spiega come vivere, a Celle raccontano semplicemente la propria vita anche utilizzando uno strano dialetto che riprende il francoprovenzale. “Volevamo creare una connessione umana profonda tra il paese e chi lo scopre sui social per poi venirci a trovare”, spiega Giannini. L’obiettivo è “dare un futuro a Celle di San Vito”, accendendo un riflettore sul borgo e sulle sue potenzialità a partire dalla minoranza linguistica. Il risultato si misura sullo schermo e poi per strada. Dopo aver superato 1,2 milioni di visualizzazioni già ad agosto, la pagina è arrivata a quota due milioni. E sono arrivate anche persone che Celle non la conoscevano.
È il passaggio che qualsiasi campagna turistica vorrebbe ottenere: trasformare una visualizzazione in una visita. Solo che qui c’erano 144 abitanti. Camminando per il paese si incontra Lina Girardi, cellese da generazioni e, suo malgrado, nuova faccia del web. “Mi sono trovata questi con la telecamera e mi hanno chiesto di raccontare cosa è per me Celle. Questo è Celle: un luogo dove, se ti fermi con qualcuno, ne esce una bella chiacchierata”. Poi sorride: “Qui non si corre a prendere la metro. Qui si vive e scambiare due chiacchiere non è mai tempo perso”. Patrizia Bolognone, che gestisce ristorante e alimentari, insiste sullo stesso aspetto: “Abbiamo il lato umano che possiamo venderci in questi luoghi. Ogni mattina un po’ tutti, a iniziare dalla sindaca, facciamo la conta. Vediamo se la vicina anziana ha bisogno di qualcosa. Forse questa umanità ha colpito il web, facendoci diventare un fenomeno di visualizzazioni”. A Celle i servizi sono pochi e lo spopolamento non è una statistica astratta, ma una presenza quotidiana. Qui la comunità è anche una necessità: ci si aiuta, ci si conosce, ci si accorge se qualcuno manca. Quitadamo riconduce l’esperimento a un’idea più ampia. “In parte ricalca un esperimento sociale e mediatico che si svolse a New York nel 1970, il People’s Video Theater. Il motto era ‘le persone sono l’informazione’. Noi volevamo far emergere che i paesi sono le persone, al di là dei numeri e delle statistiche demografiche”.
A Celle, aggiunge, “144 abitanti si ritrovano a dover svolgere più mansioni e a stringere legami più forti”. È una forma di resilienza, “una speranza di dare un futuro a un modo di vivere che amano”. Tra i volti del progetto c’è anche Consiglia Agrillo, presidente della squadra di calcio e della Pro Loco, arrivata dalla Germania per amore: “Non poteva esserci mezzo migliore per promuovere il nostro comune. Abbiamo trasferito qualcosa di naturale, senza strumentalizzazioni e senza secondi fini. Solo una vetrina dove parlare di noi. Se qualcosa è vera, i social apprezzano”. Adesso arriva il problema più piacevole: se i visitatori continuano ad arrivare, dove dormiranno? Anche qui Celle si arrangia. “Abbiamo aperto una sorta di B&B gestito dal Comune”, racconta la sindaca. “Era un edificio che non utilizzavamo e lo abbiamo trasformato in una foresteria. Gli stessi abitanti, a iniziare da me, ci improvvisiamo host, rifacciamo le camere e assistiamo i visitatori nel check-in e check-out”.
E il prezzo? Arriva la sorpresa: “Come tutto il resto, anche il conto non è normale. Al massimo prendiamo un rimborso spese per pagare le bollette”. Niente resort. A Celle il pacchetto comprende una stanza, un paese, un bosco e qualcuno disposto a parlare. Il progetto è nato per dare voce a un comune che proprio i suoi numeri rischiano di rendere invisibile. È diventato un fenomeno da due milioni di visualizzazioni. Ma il dato più interessante non è quello. Una visualizzazione resta sul telefono. Un visitatore invece arriva, cammina, entra in un locale, compra qualcosa e magari si ferma a chiacchierare. A Celle hanno scoperto che per raccontare un paese forse non serviva inventare un personaggio. Bastava lasciare parlare chi ci vive: abitanti-attori senza provino, influencer senza velleità che hanno conquistato l’algoritmo.
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lL mito di Valentino Mazzola torna a rivivere con un murales nella sua Cassano d’Adda
L’omaggio dello street artist Lucas nei confronti del capitano del Grande Torino: “Simbolo dell’orgoglio italiano e di chi non si arrende mai”
13 Settembre 2026 alle 08:00
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Il murales dedicato a Valentino Mazzola
Un omaggio nella sua Cassano d’Adda, capace di coinvolgere tutti gli appassionati di calcio e non solo i tifosi granata. Perché Valentino Mazzola è un patrimonio nazionale e così il murales apparso sul muro di un sottopasso dell’Alzaia Naviglio Martesana della città lombarda, dove il capitano del Grande Torino è nato il 26 gennaio 1919, valica i confini e diventa un ulteriore simbolo di una storia che si trasmette senza sosta di generazione in generazione. “L’eterno” è la scritta scelta accompagnare l’opera ed eterno è il ricordo di un giocatore che ha fatto storia, fino al tragico epilogo di 77 anni fa.
Lo street artist Lucas, che ha dedicato un’opera simile a Franco Baresi a due passi da San Siro, ha voluto celebrare Mazzola nelle vesti di calciatore con lo scudetto sulla maglia granata. «Ho riportato il mito di Valentino Mazzola sui muri della sua città natale: Cassano d’Adda. Simbolo del Grande Torino, dell’orgoglio italiano e di chi non si arrende mai: ci sono miti davanti a cui è impossibile non voltarsi e sentire un brivido», ha scritto l’artista sui social. Il capitano granata, scomparso con gli Invincibili nella tragedia di Superga del 4 maggio 1949, riposa nel cimitero Monumentale di Torino, ma nella sua Cassano il mito è rimasto sempre vivo e forte, fino a questo omaggio artistico speciale.
Storie
«A 22 anni il tumore, poi il linfedema. Ho smesso di nascondere la mia gamba e la calza è diventata uno stile»
La storia di Anna Maisetti, fondatrice di “Stile Compresso”: dalla malattia alla Milano Fashion Week. «La rappresentazione non sostituisce le terapie, ma può aiutare una persona a non sentirsi definita soltanto dalla patologia»
Per anni Anna Maisetti, modella, ha cercato di nascondere la gamba destra.
Copreiva la calza compressiva, evitava di mostrare le cicatrici e tentava di sottrarre agli sguardi i segni di una malattia che aveva cambiato il suo corpo e la sua vita.
Poi, nel 2018, ha deciso di fare esattamente il contrario: rendere visibile ciò che fino a quel momento aveva vissuto come qualcosa da celare.
Oggi Anna ha 38 anni, è una patient advocate, divulgatrice sul linfedema e modella unconventional.
Attraverso il progetto Instagram @stile_compresso racconta la quotidianità di chi convive con una patologia linfatica cronica: le terapie, certamente, ma anche il lavoro, i viaggi, lo sport, la moda, la femminilità e il difficile percorso verso una nuova percezione di sé.
La sua storia comincia sedici anni fa, quando ne aveva appena 22: «Mi fu diagnosticato un cancro della pelle - racconta a mondosanita.it - il percorso terapeutico comportò anche l’asportazione dei linfonodi inguinali e, successivamente, comparve un linfedema secondario alla gamba destra.
All’inizio non sapevo nemmeno che cosa significasse realmente convivere con una patologia linfatica».
Quel gonfiore che cambia la vita
il linfedema è un accumulo di liquido ricco di proteine nei tessuti, determinato da un’alterazione o da un danno del sistema linfatico.
Può essere primario, quando dipende da anomalie congenite, oppure secondario ad interventi chirurgici, rimozione dei linfonodi, radioterapia, traumi, infezioni o altre condizioni.
Non è un semplice gonfiore passeggero. È una condizione cronica che richiede diagnosi, controlli specialistici e una gestione personalizzata.
La terapia può comprendere compressione, esercizio fisico, cura della pelle, tecniche di drenaggio e fisioterapia specifica.
Nei casi selezionati possono essere valutate anche procedure chirurgiche.
Il trattamento precoce aiuta a contenere l’evoluzione e a ridurre il rischio di complicanze ma ogni paziente presenta caratteristiche differenti.
Anna dunque, nonostante la sua giovane età e un lavoro basato sulla sua immagine ha dovuto imparare progressivamente a riconoscere i segnali del proprio corpo e a organizzare attorno alla malattia una parte significativa della sua giornata.
«Ho imparato a gestire il gonfiore, la compressione, le terapie e tutte quelle limitazioni quotidiane che spesso chi non vive questa condizione non riesce neppure a immaginare.
Il linfedema, se ben controllato, può diventare quasi invisibile agli occhi degli altri. Ma c’è, eccome.
E proprio per questo può essere ancora più difficile far comprendere che cosa comporti».
Accanto alla dimensione clinica ne esiste un’altra, meno misurabile ma non meno concreta: il rapporto con l’immagine corporea.
«Per molti anni ho avuto la sensazione che la mia gamba dovesse essere nascosta.
La calza compressiva era qualcosa da coprire, così come le cicatrici e tutte quelle caratteristiche che mi ricordavano ogni giorno la mia storia».
La decisione: mostrare ciò che sembrava necessario nascondere
Nel 2018 arriva la svolta. Anna apre “Stile Compresso”, scegliendo un nome che trasforma il dispositivo terapeutico in un elemento visibile della propria identità.
«All’epoca non trovavo praticamente nessuna rappresentazione di questo tipo. Non vedevo corpi che assomigliassero al mio, persone che mostrassero una gamba con linfedema o una calza compressiva.
Così mi sono chiesta: se nessuno si mostra, come può una persona che ha appena ricevuto la diagnosi capire di non essere sola?».
Da quella domanda nasce un progetto inizialmente personale, cresciuto poi ben oltre le sue aspettative.
Il linfedema viene raccontato fuori dagli ambulatori, nelle situazioni comuni della vita: scegliere un vestito, partire per un viaggio, affrontare una giornata di lavoro, praticare sport o semplicemente uscire senza sentire il bisogno di nascondersi.
«Non volevo parlare soltanto dei disturbi fisici. Volevo raccontare anche la moda, la femminilità, l’autostima e il rapporto con il proprio corpo.
Il linfedema fa parte della mia vita, ma non coincide con tutta la mia identità».
La testimonianza arriva anche in luoghi nei quali la malattia cronica e i suoi segni raramente trovano spazio.
Anna partecipa alla Milano Fashion Week e a campagne nazionali e internazionali dedicate alla moda e alla sensibilizzazione.
«Non si è trattato semplicemente di mostrare una gamba. Si è trattato di cambiare la narrazione.
Una calza compressiva non deve necessariamente essere qualcosa da nascondere. Una cicatrice non cancella la femminilità. Un corpo segnato da una patologia non smette di essere degno di essere visto, rappresentato e valorizzato».
«Quando qualcuno ti assomiglia, ti senti meno solo»
Negli anni Anna ha ricevuto migliaia di messaggi.
Alcuni provenivano da persone che avevano appena scoperto la malattia; altri da pazienti che, per la prima volta, avevano trovato online un’immagine nella quale riconoscersi.
«Molte persone mi hanno scritto dicendomi: finalmente vedo qualcuno che mi assomiglia. È stato allora che ho compreso quanto la rappresentazione possa avere un valore anche nel percorso di cura».
Un valore che non è farmacologico e non può essere misurato come l’effetto di un trattamento, ma che incide sul modo in cui una persona affronta la cronicità, le relazioni e la propria immagine.
«Quando una persona si sente meno sola e vede che qualcun altro, pur vivendo la stessa condizione, continua a lavorare, viaggiare, vestirsi come desidera, innamorarsi e fare sport, può cambiare anche il modo in cui guarda sé stessa e la propria malattia».
Da questa esperienza nasce l’espressione scelta da Anna per riassumere il proprio impegno: “Representation is Care”, la rappresentazione è cura.
È una formula forte, che lei stessa delimita con chiarezza per evitare equivoci.
«La rappresentazione non sostituisce la medicina. Non sostituisce gli specialisti, la terapia compressiva, la fisioterapia o le altre cure necessarie.
Può però affiancarle. Prendersi cura di una persona significa anche aiutarla a non sentirsi definita esclusivamente dalla propria patologia».
La voce dei pazienti accanto a quella degli specialisti
Il linfedema continua a essere una condizione poco conosciuta e talvolta sottovalutata.
Chi ne soffre può incontrare difficoltà nel ricevere tempestivamente una diagnosi, nell’accedere a percorsi specialistici e persino nel far comprendere agli altri il peso quotidiano della malattia.
Per Anna, migliorare l’assistenza significa mettere in relazione competenze diverse e riconoscere il valore dell’esperienza vissuta.
«Abbiamo bisogno della voce degli specialisti, della ricerca e delle istituzioni, ma anche della voce dei pazienti.
Conoscere una malattia significa sapere come si manifesta e come si cura, ma anche comprendere che cosa voglia dire conviverci ogni giorno».
“Stile Compresso” nasce dunque da una vicenda personale, ma è diventato progressivamente uno spazio collettivo.
Non propone scorciatoie terapeutiche e non vuole offrire modelli irraggiungibili.
Mostra piuttosto che la cronicità può modificare l’esistenza senza cancellarne tutte le possibilità.
«Oggi non considero più questo progetto soltanto il racconto della mia esperienza.
È diventato un modo per dire a chi riceve una diagnosi: non sei solo, non sei sbagliato e non devi scomparire».
Il messaggio conclusivo di Anna non nega la fatica e non nasconde la malattia.
Indica, però, la possibilità di tornare ad abitare il proprio corpo senza vergogna.
Forse proprio da qui può cominciare una diversa forma di cura: quella che restituisce a una persona non soltanto la salute possibile, ma anche la possibilità di riconoscersi nuovamente nella propria vita.
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A 20 anni in alpeggio senza tv: la scelta di Elisa e Sara per amore del nonno e della montagna
Le due giovani sorelle trascorrono l'estate a 1900 metri in Valle Maira, svegliandosi all'alba e rinunciando alle comodità. "Ma il sabato sera usciamo"
12 Settembre 2026 - 16:00
Elisa, 21 anni, e Sara Giordana, 19, sono le nipoti di Luigi Rinaudi e rappresentano la continuità di una storia familiare che da cinquant’anni sale in alpeggio. Per nove mesi all’anno vivono a Osasco, tra Pinerolo e Cavour, ma d’estate raggiungono il nonno in Valle Maira e condividono con lui la vita in montagna, occupandosi della mandria e portando avanti metodi di allevamento che hanno il sapore di un’altra epoca.
La giornata inizia all’alba
La giornata comincia presto, tra le 5,30 e le 6, soprattutto all’inizio della stagione, quando il lavoro è maggiore. Poi, con il passare delle settimane, i ritmi si fanno leggermente più tranquilli, anche se la sveglia resta comunque mattutina. Raggiunto il recinto dove trascorrono la notte i capi di bestiame, a circa 1900 metri di quota, si comincia con la mungitura, si dà da mangiare ai cani e si fanno uscire le vacche al pascolo.
“Facciamo ancora il pascolo come una volta, con i cani. Usiamo pochissimo il filo elettrificato”, racconta Elisa. Una scelta legata innanzitutto alla tradizione di famiglia, ma anche alle caratteristiche dell’alpeggio. “Il nonno ha sempre fatto così e poi i nostri pascoli hanno tratti brutti, scoscesi e boschivi. Sarebbe più difficile tirare il filo che andare con i cani”.
Il pascolo e i ritmi dell’alpeggio
Verso mezzogiorno le vacche vengono riportate al recinto e chiuse, così è possibile fermarsi per mangiare senza dover scendere alla casa, che si trova a circa 1700 metri. Poi si riprende: la mandria viene nuovamente lasciata al pascolo fino alla sera.
Senza televisione, tra natura e semplicità
Anche il dopocena segue ritmi lontani da quelli della vita di pianura. Nell’alpeggio non c’è corrente elettrica e quindi niente televisione. Un pannello solare permette di ricaricare i telefoni, che all’occorrenza possono essere collegati anche all’auto e di avere la luce, ma i ritmi sono quelli di chi si alza presto. “Una volta tornati a casa non c’è la tv, si va a letto. La giornata è lunga e la sera si va a dormire presto”.
L’alpeggio dura circa 90-100 giorni, ma Elisa e Sara non lo vivono come un periodo di isolamento. “Non viviamo isolate per tre mesi. Se dobbiamo uscire il sabato sera, io e mia sorella usciamo. Non sempre, perché comunque il mattino dopo ci si alza presto”.
Una passione nata fin da bambine
Dietro questa scelta professionale, però, non c’è soltanto la volontà di proseguire un’attività di famiglia. C’è soprattutto una passione maturata fin dall’infanzia. “I nostri genitori ci hanno sempre portate all’alpeggio, siamo cresciute in campagna. Amiamo gli animali e per noi è stato naturale proseguire con questa professione, come tutta la nostra famiglia”.
Il futuro tra agricoltura, allevamento e tradizione
A ventuno e diciannove anni, Elisa e Sara scelgono così di investire il proprio futuro nell’agricoltura e nell’allevamento, mantenendo vivo un sapere trasmesso di generazione in generazione. E quando arriva l’estate, la strada verso la montagna diventa anche quella che le riporta alle loro radici.
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